Il ponte di Mostar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Insomma, è due giorni che più o meno cincischio: posto o non posto? Tagliamo la testa al toro, si tratta del Ponte di Mostar. Alla maggior parte, forse, la notizia sarà passata del tutto inosservata, ma io ho fatto un salto, vedendo l’ inaugurazione!

Il Ponte di Mostar mi è costato una litigata con muso di mezzo pomeriggio, durante il viaggio di ritorno dalla ex-Jugoslavia. Era il 1989, praticamente di lì a non molto sarebbe scoppiata la guerra. Siccome mezzo mondo andava in vacanza da quelle parti, decantandone poi la bellezza, unita all’economicità ( che non guasta mai) ci siamo decisi e, per fare le cose come si deve, abbiamo fatto un viaggio lungo la splendida Maghistrala ( o come diamine si chiamava la strada che si snodava a picco sull’Adriatico) e, più o meno in tre tappe ( io non guido, al di là di un raggio di venti kilometri da casa e mio marito non ha mai amato molto guidare) , siamo arrivati fino ad Ulzinj, nel Montenegro e lì ci siamo fermati….solo perché, oltre, c’era un confine con guardie armate e l’Albania!

Non divago sul viaggio ( davvero al di sopra delle aspettative) e arrivo a Mostar, incrociata nella “tornata” di ritorno, fatta, passando dall’ interno, per non sciropparci piacevoli, ma inutili doppioni. Per me il ritorno doveva avere solo un punto fermo: Sarajevo.

Capiamoci: uno non può passare la propria esistenze a leggere, studiare, ripetere, in tutti gli ordini di scuole, frasi come ” La scintilla scoppiò il 28 giugno 1914, a Sarajevo” e a sentirsi poi dire, farfugliare e ripetere per lustri la frase ” La scintilla eccetera” modificata talvolta in “La goccia che fece traboccare il vaso..”, senza poi andare a verificare “direttamente” vasi e scintille .

Allora la guerra, tra l’altro, sebbene “annunciata” da un’ inflazione ai limiti dell’assurdo, che ti faceva sfiorare l’ebbrezza di essere miliardario, era comunque ancora di là da venire; perciò il nome SARAJEVO era esclusivamente evocativo di carrozze, arciduchi e, tutt’ al più, segrete sette di Mano Nere che agivano nell’ombra. Troppi i motivi e troppo affascinanti, per non andarci !

La strada prevedeva una deviazione ad angolo retto, un po’ a nord di Dubrovnic. Praticamente bisognava seguire il corso a ritroso della Neeretva, fiume il cui fascino era pari al suono del proprio nome. Verde, splendido fiume, scavato in una gola, che costeggiavamo , addentrandoci nella vallata. La sera calava, quando arrivammo a Mostar. Mi aveva incuriosita uno stralcio della guida, dove veniva decantato un famoso “ponte a schiena d’asino “, ( lo Stari Most) costruito nel 1566, sotto il regno di Solimano il Magnifico ( Süleyman ) dall’architetto Hajrudin, allievo del grande Sinan. Avrebbe dovuto consentire il passaggio delle truppe ottomane dirette verso Vienna, ma non fu mai utilizzato per questo scopo. Il ponte era considerato uno dei capolavori, non solo dell’arte civile ottomana, ma mondiale.

Devo dire che era davvero qualcosa di strepitoso. La “schiena d’asino” era talmente accentuata che, ai lati del ponte, vi erano due corrimano di ferro, cui ti dovevi attaccare per poter in qualche modo salire. Oddio, ci attaccavamo noi turisti, perchè le vecchiette paludate di nero, con orci in testa e fascine in mano, piegate “di loro” a 45° gradi, sembravano non fare alcuna fatica. Io mi sentivo praticamente catapultare all’ indietro. Un posto incatevole, col suo mercatino , il ristorante tipico sul fiume, dove abbiamo trascorso una serata divertentissima, cantando, alla fine, con suonatori di fisarmonica e di gusla, laddove tirava un’aria, tutto sommato, ancora autentica.

Ed è lì, in una minuscola galleria di una stradina adiacente al ponte che, la mattina successiva, mio marito vede il quadro.

E’ un acquarello, delicato e benfatto, che rappresenta ” il Ponte”. Lui decide all’istante, che bisogna portarselo a casa. Io, che avevo fatto due conti nella notte serena e paventavo soste forzate, dato che la ringhiosa Matra Ranch ci aveva già sottoposto, in un paio di occasioni, all’ insostituibile esperienza di passare tre ore alla ricerca di meccanici o elettrauto, che poi, ovviamente, dovevi pagare, in paesi per lo più impervi, decido che non ce lo possiamo permettere.

Tra un “ma quando mai ci ricapiterà? ” e un ” e se poi la scema ci lascia col culo a terra? Che facciamo, mi metto a fare ritratti ai turisti?” alla fine ha prevalso il mio pragmatismo .

Neanche a dirlo che, in capo a mezz’ora, ero già assolutamente pentita . E lì è iniziato lo scaricabarile accennato, ma tutto trasversale nelle frasi appena appena sibilate, guardando fisso, dietro le lenti da sole, con di fronte l’Erzegovina, che sfoderava i suoi gioielli .

“Certo che avremmo anche potuto prenderlo…”

“No, adesso tu non mi devi dire questo, altrimenti mi fai incazzare!”

” Vabbeh, lo so, però, cavoli, che ne sapevo che ci tenevi così tanto!”

” Ah, non era chiaro? “

” Magari, se tu avessi insistito un zinzino..”

“Già, tu me la metti sul piano dello scialacquo, che poi mica me lo dici apertamente, ma me lo FAI INTUIRE, il che è peggio e in più del rovinafamiglie e io avrei dovuto insistere?”

“Vabbeh, mancano ancora più di mille chilometri e se la babbiona qui ci lascia in braghe di tela, manco l’albergo ci possiamo permettere e con le bimbe, per giunta!”

” E allora? Che ci rumini a fare? Al diavolo il Ponte!”

Figlie arronfate sul sedile posteriore. Muso reciproco fin oltre il passo dell’Ivan Sedlo, carsico, scostante. Un ricordo fastidioso.

Poi Sarajevo, poi l’angolo da cui Gavrilo Princep dette il via alla “scintilla”, poi le “orme”, sì, le orme..ricostruite nel cemento, le orme da cui l’irredentista avrebbe sparato, secondo le ricostruzioni. Sono lì, impresse nell’asfalto, come a Hollywood…Fanno uno strano effetto. E sul muro della casa vicina c’è la lapide, scritta in cirillico.

Facendo appello ai miei tre anni di russo, tento di decifrare e intuisco il succo. Che scema, a guardare quelle orme,  da una parte mi viene un po’ da ridere e dall’altra mi commuovo anche. Davanti a me il mio Bignamino per l’esame di Storia Moderna ” la scintilla scoppiò a Sarajevo”. Eccolo là il Ponte latino. Gavrilo era qui, seminascosto e la carrozza era là, su quello che sarebbe stato chiamato, da allora in poi, il Principov Most sulla Miljacka….

A questo punto non si può non commentare e la tensione sparisce d’incanto. 😉

Ma la sera del 9 novembre 1993, quando a Mostar l’esercito Croato-Bosniaco abbatteva con venti granate il Ponte Vecchio (Stari Most), creando un simbolo tangibile della divisione tra etnie, che prima della guerra avevano vissuto insieme anche grazie al collegamento garantito dal ponte, capite che, con il ponte qualcosa si è sbriciolato anche dentro di me!

Guardavo con occhio fisso i mille blocchi di pietra che si sgretolavano nel fiume, filmati da un cineamatore e mi dicevo che davvero, nella vita , bisognerebbe avere più rimorsi che rimpianti.

Ecco, perché, ieri , nel guardare le immagini di quel “nuovo” ponte, ricostruito anche con l’impegno dell’UNESCO e del World Monument Fund, nell’osservare i giovani che si lanciavano a petto nudo nelle acque della Neeretva e nell’ascoltare le note dell’Inno alla gioia, che scoppiavano insieme ai fuochi artificiali in quella notte di festa, mi sono detta che sì, dovrò tornare a riprendermi quel maledetto quadro.

Musica : Zena koja_Amela Zucovic

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