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Proseguiamo.

La ricerca dell’ostello per Micol e i suoi compari è andata a buon fine, tanto che a Roma è andata, è anche ritornata, ovviamente affascinata da Cinecittà.

Il suo prof di uno di quei corsi che io non riuscirò mai a memorizzare: del tipo  Materiali e costumi per le Arti sceniche oppure Scenografie per qualcosa d’altro oppure Materiali e rielaborazioni per altro ancora; insomma, uno di quei personaggi famosi che vivono e lavorano a Roma, ma insegnano anche a Brera, ha invitato i suoi corsisti della Specializzazione ( che sono solo sei) ad andare a seguire sue lezioni a Cinecittà.

L’esperienza è stata apprezzatissima.

 Mi diverte l’ idea che una specializzazione universitaria sia composta da sei studenti; del resto anche Alice, che si è laureata in svedese, non contava un numero molto maggiore di compagni di corso.

Ho due figlie che a scuola non amano i luoghi affollati, evidentemente! 😉

Tornando all’ incursione a Cinecittà, Micol  ha sfiorato il teatro della Defilippa, dove era in corso la registrazione del sabato di Amici. Grande iattura, non ha potuto entrare a sbirciare ( come avrebbe caldamente voluto fare), primo perché il suo prof aveva il dente avvelenato nei confronti della Maria che si è accaparrata ben tre teatri , precedentemente adibiti alla prosa; poi perché i suoi compagni erano del tutto disinteressati alla questione, tre in quanto erano maschi e non avevano nessuna intenzione di perdere minuti preziosi; una era coreana e "Amici chi è?": meglio lasciar perdere! 😉

Alla terza del gruppo non gliene importava una cippa e così, frustratissima, Micol ha potuto solo vedere gli esterni.

Si è, però, intrufolata a sbirciare la pancia del famigeratissimo e odiato " C’è posta per te" che era deserto e accessibile.

Un posto minuscolo, mi ha detto, assolutamente ingigantito dall’ effetto delle riprese, evidentemente. Ma tornerà, prossimamente, ha sentenziato ed entrerà, oh, se entrerà.

Staremo a vedere. Del resto, occorre avere degli obiettivi nella vita, no? 😉

I mobili Ikea.

Lo so che sono omologati, lo so che li puoi incontrare in una casa di Rovaniemi, come di Urghada, e allora dove la mettiamo la personalità di un arredamento?

Ma quando sei nel caos fisso da decenni, molto personalizzato, su questo non vi è alcun dubbio e non sai come uscirne, soprattutto perché ti mancano sempre dei contenitori e gli oggetti e i libri si moltiplicano a dismisura e oltretutto non si butta mai via nulla, che non si sa mai..( nemmeno si avesse in casa il pezzo doc del nonno siciliano, proveniente dal palazzo baronale di Palermo o del nonno apuano, recuperato da qualche castello della Lunigiana), a quel punto non hai alternative: il catalogo Ikea e quei mobili risolvitutto che, con i loro nomi deliranti ti possono dare una mano nel ritardarti lo sclero definitivo.

In genere a casa mia non si litiga.

Non siamo certamente persone speciali, semplicemente io ho un carattere piuttosto accomodante ( nel bene e e nel male) mettiamola così e il marito raramente dà motivi di urto. Anche delle figlie non ci si può assolutamente lamentare e allora, mica uno se li va a cercare gli sfrucugli per litigare.

A parte i mobili.

Negli ultimi anni ho avuto un paio di momenti in cui mi sono davvero cadute le braccia e sono legati soprattutto allo stato del disordine.

Lo so, esistono le malattie, la fame nel mondo e l’ ira di dio. Non che non ne sia consapevole.

Ma esiste anche che un sabato mattina tu te ne esci per fare cinque ore filate a scuola ( due anni fa mi avevano apparecchiato questo bell’ orario); all’ una, mentre torni a casa, ti fermi all’ Ipercoop, che sta di strada e ti infili a fare la spesa, trascinata dalla folla del sabato. Ne esci, dopo un’ oretta, assolutamente stralunata e arrivi a casa alle due.

Suoni perchè qualcuno scenda a prenderti i sacchetti.

Devo dire che a casa mia, da questo punto di vista, non mi fanno fare nemmeno un gradino coi pesi e questo non è che io non lo apprezzi, intendiamoci!

Insomma, che con queste digressioni giustificatorie, non vorrei si perdesse il pathos dell’ ingresso; dicevo, entri in sala ( che da me non esiste anticamera, dato che negli anni ’70 vigeva la moda degli spazi aperti e si passava il tempo a demolir pareti, salvo poi rendersi conto che non esisteva più il posto dove mettere mobili….) e ti accorgi che il marito e una delle figlie ( rigorosamente ancora in pigiama) stanno beatamente discutendo dei massimi sistemi, su un divano invaso da cuscini, plaid, giornali e riviste in parte sfogliacciati, in parte franati per terra, con pezzi di abbigliamento abbandonati sulle spalliere, con almeno due paia e a volte tre  di scarpe e  delle ciabatte abbandonate a pioggia; con la cucina ancora invasa da tazze della colazione e biscotti e briciole e lavastoviglie con la bocca aperta e stracolma di piatti ovviamente puliti, che nessuno ha pensato di sistemare, mentre il lavandino già trabocca dei novizi, ancora temporaneamente allo sfratto e in attesa della soluzione finale, che nessuno degli astanti ha minimamente pensato di organizzar loro…

A questo punto te la fili in bagno, per cambiarti e, vista la situazione locale, vieni presa dallo sconforto!

Dalla cameretta arriva la voce dell’ altra figlia che conversa beatamente al telefono…

Ecco, in un paio di queste occasioni ho maturato l’ idea che, forse, qualche mobile Ikea avrebbe potuto, momentaneamente, tamponare almeno l’ occhio.

Già, perchè, entrando, se hai davanti tre mobili di colori differenti e una spalliera di divano, lo sconforto è assicurato. Se, magari, l’ occhio si protende su una superficie bianca, liscia e riposante, forse sei a metà dell’ opera.

Insomma,mi è toccato fare un paio di scenate ( che, ripeto, non mi sono congeniali per nulla) per far sì che si rendessero conto che ero arrivata alla frutta.

Ecco perchè il consorte ha accettato di accompagnarmi all’ Ikea.;-)

"Andiamo subito, oggi" ho annunciato di venerdì " che poi ci sono quattro giorni di ponte e così riusciremo a spostare piatti e aggeggi vari , a fare spazio in corridoio e a preparare l’ albero!"

Detto, fatto, sono entrati in casa ben tre mobiletti Hensvik, che qua bisogna chiamarli col nome di battesimo….

Peccato che poi sia arrivato il ponte lungo e tutto il trasbordo non si sia potuto fare, dato che il retro degli Hensvik sormontava di un dieci centimetri lo schienale del divano ed era dunque a vista e gli stessi, a parte un bordino delirante e ondulato da casa di bambola, che alla fine mi è anche simpatico ;-), presentavano un retrobottega sul marroncino screpolato che andava assolitamente ridipinto.

" Nessun problema!"ha sentenziato il marito."Tanto devo ripitturare anche la vetrinetta. Unico dubbio, come vedi non è bianco puro questo mobile…tira al paglierino.."

" Ah sì? Mica me ne ero accorta..e dunque?"

"E dunque devo andare in un negozio a farmi fare la tinta esatta….Porterò un’antina.."

" Ah, oddio…ma dici che bianco…" azzardo…

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; No, no, niente besasciate. Ma non ci vuol nulla; ripeto, porto l’antina, che così vien precisa!"

Morale.

Il tipo delle vernici ha mischiato palta bianca per un’ ora, ha chiesto 15 euro. La biacca è stata spalmata e, a mano a mano che il lavoro procedeva, il marito iniziava a dar segni di nervosismo.

" Questo colore tira al rosa, ma allora il tizio è anche fesso. Più di avergli portato l’ antina…"

Micol ha tentato di dire che, asciugando, il colore si sarebbe schiarito….

Io ho tentato di dire che, essendo il mobile in posizione poco illuminata, anche una punta di rosa non mi avrebbe dato noia, che alla fine ormai siamo all’ 11 di dicembre e mi sarebbe piaciuto non dover fare l’ albero il 24 e mi sarebbe piaciuto per la vigilia aver l’ ingresso agibile….

Niente da fare: il colore fa proprio schifo e stamattina andrà a rifarlo fare.

Intanto il ponte è passato, intanto l’ ingresso versa ancora in condizioni assurde, ma che importa?

Tanto a Natale non ci muoviamo, mal che vada occuperò le vacanze nella sistemazione.

" Che fai a Natale?"

" Mi occupo degli Hensvik!"

Che poi fa tanto ospiti svedesi….;-DD

In fondo ci sono abituata, ho già dato tre estati fa, con gli svedesi in casa, no?

Ingresso Lilas….

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